Caro A.,
ti scrivo per salvarmi da un dolore sordo, che mi pulsa nelle tempie ogni volta che ti penso. Sapere che non ti manderò questa lettera mi rende possibile scriverla, ché a fare il contrario ho provato innumerevoli volte, ottenendone solo un continuo attorcigliarsi delle frasi su se stesse. La rabbia silente che mi è stata compagna in questi mesi di abbandono ha reso impossibile formulare pensieri coerenti per darti, o chiederti, spiegazioni. Una parte di me pensa di non doverti più nulla, nemmeno la consolante presenza di un addio, ma forse dovrei scendere a patti con il mio bisogno di conoscere le risposte che ti sei portato via senza avere la pietà di condividerle con me.
Hai cominciato a mancarmi. C’è stato un momento, dopo l’addio che non è stato un addio, in cui ridevo sgangherata ogni volta che si parlava di te. Mi aggrappavo a quella risata come un naufrago al misero tronco di legno, sapendo che sarei potuta andare in pezzi facilmente, se solo mi fossi chiesta perché ridevo. Ho galleggiato fin qui, spinta dalla corrente nella città di P. Sbarcata in questa terra straniera, ho finalmente iniziato a sentirmi in sincrono con la desolazione e lo straniamento che mi fanno da colonna sonora dallo scorso marzo.
Qualcuno mi ha chiesto di raccontargli il perché e il percome. Quando è successo? Davvero non vi siete più rivisti? Davvero non ne avete parlato? Sì, davvero. Eppure c’è stato un momento in cui avevo sperato che il risultato del test di gravidanza sarebbe stato positivo. Un momento in cui, seduti a un traballante tavolino sotto un olmo secolare, bevendo retsina densa e mangiando una focaccia dal sapore antico (che mistero trovare quassù, fra i monti segreti di una Grecia che quasi non è più Grecia, una cosa così deliziosa), ho pensato che questa felicità completa, tonda e perfetta, fossi il solo in grado di darmela.
Ma allora, come è potuto accadere?
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Nuovomondo
Addormentarsi nel rassicurante tepore di coltri conosciute e risvegliarsi nella città di P., che mi è stata raccontata innumerevoli volte ma che io vedo solo oggi, con gli occhi vergini di chi non si aspetta nulla. La mancanza di aspettative è la spinta più grande al mio stupore, al mio girovagare veloce e rapito attraverso strade che condividono solo il nome con altre a me più familiari.
Quello che nessuno ha mai potuto o saputo raccontarmi sono gli odori della città di P. Odori di terre lontane, trasportati fin qui, avamposto dell’Europa e dell’occidente tutto, da naufraghi meno spaesati e più affamati di me. Odori che non sono buoni o sgradevoli, odori che non riesco a collegare a nulla e che mi rituffano nella frontiera dell’indicibile.
Mesi più tardi, mia madre darà il nome a uno di quegli odori: pepe nero. Un odore che segue le donne africane della città di P., che trasuda dalla loro pelle con un’intensità quasi tangibile, e che per me, da questo momento in poi, rimarrà legato indissolubilmente alle gonne colorate e alle andature claudicanti di grasse matrone di colore.
Anche il sottosuolo ha un odore, nella città di P. E’ un odore meccanico di limatura di ferro e freni surriscaldati, mischiato al penetrante aroma chimico del detersivo all’arancia che pervade immancabilmente i corridoi della metropolitana. Non è sgradevole. E’ uno di quegli odori a cui si finisce per abituarsi. Di più, è uno di quegli sentori-madeleine che richiamano alla mente quel pezzo di mondo in cui ci sentiamo a casa. Succede solo con questi odori complessi, frutto di stratificazioni successive (acciaio più erba bruciata più lacrime, salsedine più olio più vento), non replicabili in un altrove e proprio per questo figli dei luoghi in cui, casualmente, vedono la vita.
E, ovunque, sentore di cibo.
Cammino per questa nuova Babele senza capire nulla al di fuori dei miei pensieri, formulati nell’unica lingua che riconosca ancora come dotata di senso e alla quale mi aggrappo disperatamente per non perdermi.
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