Caro A.,
ti scrivo per salvarmi da un dolore sordo, che mi pulsa nelle tempie ogni volta che ti penso. Sapere che non ti manderò questa lettera mi rende possibile scriverla, ché a fare il contrario ho provato innumerevoli volte, ottenendone solo un continuo attorcigliarsi delle frasi su se stesse. La rabbia silente che mi è stata compagna in questi mesi di abbandono ha reso impossibile formulare pensieri coerenti per darti, o chiederti, spiegazioni. Una parte di me pensa di non doverti più nulla, nemmeno la consolante presenza di un addio, ma forse dovrei scendere a patti con il mio bisogno di conoscere le risposte che ti sei portato via senza avere la pietà di condividerle con me.
Hai cominciato a mancarmi. C’è stato un momento, dopo l’addio che non è stato un addio, in cui ridevo sgangherata ogni volta che si parlava di te. Mi aggrappavo a quella risata come un naufrago al misero tronco di legno, sapendo che sarei potuta andare in pezzi facilmente, se solo mi fossi chiesta perché ridevo. Ho galleggiato fin qui, spinta dalla corrente nella città di P. Sbarcata in questa terra straniera, ho finalmente iniziato a sentirmi in sincrono con la desolazione e lo straniamento che mi fanno da colonna sonora dallo scorso marzo.
Qualcuno mi ha chiesto di raccontargli il perché e il percome. Quando è successo? Davvero non vi siete più rivisti? Davvero non ne avete parlato? Sì, davvero. Eppure c’è stato un momento in cui avevo sperato che il risultato del test di gravidanza sarebbe stato positivo. Un momento in cui, seduti a un traballante tavolino sotto un olmo secolare, bevendo retsina densa e mangiando una focaccia dal sapore antico (che mistero trovare quassù, fra i monti segreti di una Grecia che quasi non è più Grecia, una cosa così deliziosa), ho pensato che questa felicità completa, tonda e perfetta, fossi il solo in grado di darmela.
Ma allora, come è potuto accadere?
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